Premiazione concorso 2017


Gruppo teatrale della Rosa

Silvano Zamaro (Canada) - 1° classificato sezione C


Simone Maculan - menzione speciale sezione A


Francesco Di Lorenzo (presidente della giuria) e Giorgio Bevilacqua (assessore alla cultura)

Melita Richter (Croazia) . menzione speciale sezione C

Natalia Bondarenko (segretaria del concorso) e Leonora Bucinza (2° classificato, sezione C, Kosovo)


Enrico Giacomini (Premio Speciale Miglior Poeta Friuli 2017) e lo scultore Livio Fantini (sponsor)

Maria Milena Priviero - Premio Speciale Miglior Poeta FVG 2017

Melita Richter e Maria Milena Priviero


Luigina Lorenzini (giuria sezione C) e Melita Richter

Premi Speciali 2017





poesie vincitrici 2017

Sezione A




1° classificato 
n° 658
Francesca Coppola



Con qualche pudore

L'amore resta apparecchiato agli angoli
quando qualche posata afferra aprile,
mi chiedo/sveglio per non rinunciare

(dirai che c'era il fresco,
su, stancami, ti prego)

e complico la stanza, il silenzio, le dita
aprirsi e scoprire i rami secchi
dai capelli senza accessori ai freni
un ritrovo sospeso di maniche
- non sono Anna -

e ci sta bene la mollica al marciapiede
rincorrere la vergogna, appesa al palo.

2° classificato – n°286
Franca Donà 

La nostra, che non è poesia     

E siamo d’aria, siamo solamente
il peso dei pensieri, uno sternuto
un tuffo nel passato, un volo a piedi
fermi in questa nostra vecchia nuvola

siamo memoria di cortili polverosi
tigli che odorano di storia, inni masticati
sotto bandiere stanche e scolorite, e nemmeno
l’eco dei padri a rimboccarci l’anima

siamo i primi passi sulla luna
da uno schermo in bianco e nero
i primi passi da figlio e poi maestro
stesso sguardo orgoglioso e la paura

siamo la bugia innocente per nascondere
il niente dimenticato e dell’andare al vento,
quel rubare tempo al tempo per non morire
per noi che siamo fiato, e neppure poesia.


3° classificato – n°192
Silvio Perego


a volte è come non esistere                                                    

a volte mi sembra di non esistere
e di essere una cosa
boom – boom – boom che ne so
una sedia, una finestra
un frigorifero o una calcolatrice
roba del genere
e anche se poi mi dicono
che è tutta una questione di mancanza d’affetto
io non è che ci credo
non credo mai a quello che mi dicono, io
no, davvero questo lo so
so bene cosa vuol dire
e non mi confondo più (intanto)
e poi, metti, pure che si fa un po’ d’amore
o che tiro su un po’ con il naso
che mi gratto il culo
giusto per far passare il tempo e aver l’idea di star facendo qualcosa
o che me ne sto tutta l’interminabile domenica pomeriggio sul divano
in mutande, ad aspettare che l’Inter faccia un gol
o metti anche che provo a razionalizzare
il pseudo-pregiudizio sociale sul prossimo
e di non poter far nulla
e dimenarmi
distruggermi
tormentarmi
addormentarmi
per scoprire che è tutto qui
così, e che alla fine
nonostante tutto
la colpa è stata di tutti noi -
ma - serenamente - quanto vorrei sentirmi dire che sto sbagliando
e scoprire di non esistere per davvero.

Sezione A 
Menzione speciale:
n° 97. Pasquale Capoluongo,

il mondo m’è giungla
mio caro lo vedi
mi usano ti usano
lo so
non lo sai
il mondo m’è giungla
mio caro
oggi mi chiamano
poi mi domandano
             rispondo
 chi?
cosa?
                  chi?
       quando?
solo
      coi sì
rispondi tu
    e mai domandi         
il mondo m’è giungla
mio caro
     liane
    leoni
  lame
lesioni
ti vogliono al sangue
        oppure ben cotto
           dipende dalla voglia
            che c’han del momento
il mondo m’è giungla
mio caro
          se ci caschi ci casco
            se tu mi ci butti

ma mondo è bugia
                       se invece di lune
                                                             mi doni cerotti



Menzione speciale:

153. 
Simone Maculan




Non so nulla del tempo in cui nacqui. Dicono ci fosse
il muro e la P2, ma non lo darei per scontato.
Chernobyl rimase un buco sulla mappa
e nessuno mi spiegò se Pinochet
dovesse o non dovesse andare a capo.
Di quegli anni rimane semmai qualche sbiadita
foto, ricordi opachi che a fissarli
viene un senso di estraneità: un’altra epoca, una recondita
plaga del mondo. Fissiamo l’obiettivo, bruni
e cisposi dentro a maglioni
più grandi di noi – abbiamo freddo, penso,
gli inverni sono inverni. E
le nostre madri son ventenni
attempate dietro a montature d’osso.
Papà sorride all’obiettivo, rattenendo
la cicca tra le dita. E chi l’ha visto fumare prima d’ora? 
Ha baffi spioventi come il tempo
e jeans a zampa.
         Se penso a lui,
lo vedo all’ombra di un abat-jour, nella mia stanza.
Marco non c’è, forse non è nato.
E mentre scivola su me il fidato
ticchettio dei tasti, su tutti
il decennio feroce – l’ennesimo –
tiro le coltri sul capo, mi rannicchio al muro.
Con te al mio fianco, penso,
non ho paura del buio.


Menzione speciale:

N° 297
Vincenzo Furfaro


Piacenza

//mi piace che mi piaci.
A Dio piacendo piaceresti anche a Lui.
Ma se solo ti piacessi quanto tu mi piaci,
vedresti,
piacerebbe anche a te,
//mi piace che non sai quanto mi piaci.
E se di te tutto mi piacesse,
avresti solo voglia che mi piacesse ancor di più.
Poi mi accorgo che un Tempo ti piacevo,
e vorrei fossimo come quando
un Tempo un po’ ci piacevamo.
//mi piace pensare al piacere.
Pensare che piacendoti mi legheresti
le mani e i nodi della barba e le paludi di piacere
ai tuoi momenti,
di quel piacere nudo
che adesso poi ti piace
//a me di più, piace.
Ma non saprei come altro dirlo
se non mi piacesse la tua fine
quella in cui mi baci
e mi suggerisci che
non hai smesso di piacermi...

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Sezione B
1° classificato
N°65. Linda Laffi


Di tutto rimaneva il gesto 
del braccio teso alla credenza,
il bicchiere girato sul ripiano più alto
come una promessa di ritorno della mano al vetro.
E quando sei partito
tutti sapevamo 
che non ci sarebbero state altre dita
e siamo stati dritti nel giusto verso,
abbiamo tenuto il respiro
chiedendoci chi avrebbe sporto la mano,
lavato il bicchiere.
Chi avrebbe ammesso ad alta voce
che l'armadio andasse svuotato.

2° classificato
N°69. Lucia Celli

L’anteporsi delle parole

Le parole possono affermare
o contemporaneamente negare
un detto che abbia significato,
ma che potrebbe anche essere insensato.

La ragione è costretta ad andare,
a seguire ciò che deve spiegare,
questo è il suo tormentoso stato:
si rifugia in un mondo inventato.

Eppure un maggiore appagamento
di quando il caso accosta due parole
e la mente riesce nell'intento

di attribuire loro quel che vuole,
dimostrando con un vago argomento,
provare tale gioia non si suole.



3° classificato

N°80
Sebastian Zamaro


[Danza]
  
Desidero solo te, perché voglio non avere altro.

Non altro che vesciche alle mani, vesciche ai piedi
            stilettate ai tendini quando siedi.
Fitte ad ogni muscolo di schiena e gambe se ti alzi,
            bruciore, mancata epidermide quando lo facciamo scalzi.

Voglio solo sentire la tua mano sul tessuto intriso di sudore,
            stringere i denti, dolore per un domani migliore.
Voglio che l'unico odore sia quello del pavimento,
   il sapore di tecnica, poi allegrezza nel farlo col vento.
Voglio capelli in bocca, sussulti, vagiti, lacrime e strilli di gioia
            quando mi svegli nel cor della notte pur di salvarmi da Noia.

                        Solo te attorno a me,
                                    solo te il corpo sente.

Menzione speciale:
14. Maria Ponticiello

In principio

Ciascuno scelga,
scelga con cura i costumi da sfoggiare                                                                                   
sul proprio palco scenico.
Nessuno azzardi,                                                                                              
azzardi a decidere quali saranno                                                                                     
senza prima aver consultato la propria alma.
Chi si sente pronto cominci,
cominci a recitare                                                                                             
senza il desio di destare                                                                                           
invidia,                                                                                                                           
lode,                                                                                                                             
o pietà                                                                                                                                   
dagli spettatori nel teatro.
Coloro che si amano,
che hanno paura di sfidare                                                                               
il destino                                                                                                                  
ma coraggio sufficiente per guardarlo negli occhi                                        
sognino,                                                                                  incondizionatamente                                                                                             
perché i sogni insegnano.
Insegnano
a sorridere                                                                                                                                                 
e a piangere,                                                                                                                                              

a farlo contemporaneamente,                                                                                                                              
a piangere per poi sorridere                                                                                 
e a sorridere mentre si piange,                                                                                                                              
ma più di ogni altra cosa insegnano a vivere.

Menzione speciale:
21. Giuseppe Bandiera

Che buffa la natura                                 

Che buffa la natura, con colori
magici arriva agli occhi; passando
dal verde, al giallo e al rosso.

Ricca di vita: di piante e animali
racchiusi in un cerchio.

Smuovono le mie emozioni
colme di fantasia. Mi adagio in
un prato, pensando d' essere farfalla.

Menzione speciale:
52. Leonardo Donà

Con gli occhi gonfi

Nel vortice di confetti e riso
che vi gettarono addosso alla buona,
non erano suoi lo sguardo e il sorriso:
appartenevano ad altra persona.
E oggi nel turbinio di giorno e notte,
tra sorrisi forzati e pianto sincero,
fra le mani tue a schermire le botte
e l’implorare un perdono menzognero,
della tua vita dipani il filo;
e più tu incedi nel corso dei giorni
sempre al buio domandi asilo
e preghi Dio che lui non ritorni.
Ma lui ritorna ogni volta,
e gli occhi teneri e poi la cieca furia
ed ogni suo schiaffo e ogni sua ingiuria
ti fanno pentire della tua scelta.
Sciogli gli occhi tuoi al pianto,
sfoga l’opprimente nodo alla gola,
non con le lacrime soltanto:
è sufficiente una tua parola.
Ma tu come di fiore esile stelo
nella tua vita stai, ferma,
come statua che un pugno deforma,
il viso stanco, nel cuore il gelo,
lugubre, triste come fronda di ramo,
il dolore di dentro, la disperazione accanto,
aggrappata a un’esile, passato “Ti amo”,
gli occhi gonfi non solo di pianto.

Menzione speciale:
53. Nicole Monaco

Mezzanotte

Ragnatele di luna accartocciate
Tutto intorno al vecchio pendolo
Di cui ho perso il conto
Dei rintocchi lontani.
Seduta ad un tavolo a tre gambe
Gioco a carte assieme ad un'ombra luminosa,
Per una scommessa con il destino
Il cui palio è un ricordo dimenticato.
Un solo pensiero svolazza nell'angusta stanza,
Sottile come fumo, denso come nebbia,
Si attacca alla muffa dei muri e
Si infiltra nei fori di proiettile.

Il campanile abbandonato incombe sulla città
Mentre il fantasma del mio peggior rimpianto
Getta sul tavolo la sua ultima carta truccata.

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Sezione C
1° classificato

N°27

Silvano Zamaro (Canada)


When we meet again


Quando ci incontreremo di nuovo sarà in Nebraska
non badare alla pioggia, non temere, non ti chiederò
perché non hai mai risposto alle mie lettere, amore
era forse solitudine? era forse paura?
Mi vedesti amare un’altra ma non scese una lacrima
dai tuoi occhi blu inquisitivi.
Le nuvole andavano veloci nel cielo aperto
sussurrasti - come va ? Va bene – risposi.
Quando ci incontreremo di nuovo sarà settembre
non molto di cui parlare, poche cose da ricordare
io che passeggio lungo High Level Bridge, tu che aspetti sul cancello
nella notte discreta complice, era un gioco del destino?
Non sentirti a disagio, sai bene che la vita vale la pena viverla
non importa quanto prendi, finisci sempre per rendere tutto
quello che hai rubato ad un cuore dimenticato
e non riesco a sentire una parola di quello che dici
ora che siamo così lontani.
Devi sapere che era il tempo giusto per tenerci stretti l’un l’altro
sussurrare parole mai sentite prima, devi sapere
che nelle mie notti solitarie cercavo un sorriso sotto ai lampioni
cercavo di te per tutta la città.
Quando ci incontreremo di nuovo cadranno le foglie alla betulla
nelle praterie sconfinate soffieranno i venti del nord
e tu avrai ancora paura di amare questo mio cuore?
Non badare a quello che ti chiedo, di sicuro tutto sarà a posto con te.

(in inglese)
When we meet again

When we meet again it’ll be Nebraska
never mind the rain rest assure I won’t ask ya
why you never answered to my letters, dear
was it just some solitude? was it some kind of fear?
‘Cause you saw me love someone though you shed no tears
behind eyes so inquisitive, those eyes of yours so clear
clouds moving swiftly throughout the open skies
you whispered - how’re you doing mate? I’m doing fine - said I.
When we meet again it’ll be September
not much to talk about, few things to remember
me strolling down High Level Bridge, you standing by your gate
in the discreet complicit night, was that a twist of fate?
Don’t you feel astray, you know well life’s worth living
no matter how much you take you always end up giving
back  everything you’d stolen to a forgotten heart,
can’t hear a word you’re saying now that we’re so far apart.
You ought to know the time was right to hold each other tight
to whisper words we had never heard before
you ought to know in my lonely nights I longed for a smile under streetlights
you ought to know I looked for you all over town.
When we meet again birch leaves will be fallin’
across the endless plains northerly winds will be blowin’
will you still be afraid of loving, loving this heart of mine?
Never mind my asking, sure you will be doing fine.

2° classificato 

n°21

Leonora Bucinza  (Kosovo)




Ci siamo persi, Signore!

Ci siamo persi nei nostri giorni, Signore.
Anche le porte delle nostre case dobbiamo bussare.

L'odore della povertà ci fa vivere senza i sensi.

Vedi i morti-piediscalzi
camminare nella nebbia del tempo
lasciando per strada tracce di sangue, pezzi di cuore,
brandelli dell'anima.

Ogni pezzo che cade – cammina per conto suo.

E così, alla ricerca della propria fine,
ci siamo persi, Signore,
ci siamo abortiti come un seme in un grembo sterile,
siamo un grido in un lutto dove abita il dolore…
Ci siamo persi, Signore!
Ci siamo,
Signore!


3° classificato – 19
Alla Melnychuk (Ucraina)

Homeless: storie di persone

Non osavano più sognare

Marcin si rannicchiava dietro i ricordi.
Una giornata di lavoro a indovinare vernici
e una donna che al ritorno lo attendeva sulla porta.
Stordito mal si riparava con una bottiglia ormai vuota
impaurito da una selva di palazzi, occhi, parolacce
che volevano solo vederlo finire.
Lorenzo in Germania aveva smarrito la sua lingua madre
dove si era occupato di realizzare progetti altrui
senza poter sapere che il suo sarebbe stato in balia
di un inciampo dell’economia.
Divideva i cartoni con se stesso, così i giorni al gelo
e i racconti al vento ostinatamente in tedesco.
Sara, acquartierata in un vecchio pastrano,
girava e rigirava sotto i portici dove dormiva
che restavano gli unici testimoni della sua aggressione,
lei che aveva fatto della sicurezza la sua professione.

Poi una mano, più mani, una comunità
e la loro vita ha ripreso senso, tempo, spazio, dignità.

Adesso Marcin vede la strada da una stanza calda
non ha bisogno di bottiglie e spedisce domande di lavoro
per riempire il suo tempo di nuovi colori.
Lorenzo ha messo i suoi cartoni in una roulotte
e parla alla sua gente, quella che sa la povertà
eccezionalmente in italiano, dice per questioni di lealtà.
Sara vede i portici dalla sua nuova residenza
sogna di avere un bimbo che si chiamerà Egidio se verrà.


Menzione speciale:

N°5

Yuleisy Cruz Lezcano 
(Cuba)


Carpe diem

Per voci sole e di cori,
per la recita degli orrori,
per lo scontro arenato dell’inerzia,
per il mitico scontro
del bene contro il male,
per quel desiderio d’amore immortale
io voglio scrivere quel che consola
i giorni degli uomini confusi
che mettono la gioia in discussione.
Voglio scrivere
per l’atroce distacco dell’anima
che celebra i fatti avversi
e voglio trasformare con questi versi
la vista di chi non ha paura
di perdersi nel destino
senza potere scegliere
in quale futuro immaginarsi.
Voglio scrivere per colui che non sa ripensarsi
nella vita che ama e nell’amore che dà
perché come una parabola infinita, la verità,
diviene bugia e la bugia verità
e su e giù per l’eternità, l’animo umano
un giorno coglie una stella con la mano,
il giorno dopo con la stessa mano si tiene la ferita
di una conquista smarrita
nell’indugio dell’attimo racchiuso negli occhi.
Sorrisi all’interno delle pareti,
la libertà è per pochi
che hanno l’animale palpitante nel petto
con voce di organo vivo
che traduce i sentimenti in parole;
la libertà è per le anime che sanno
stare da sole con l’ombra di una nuvola
che somiglia a un uccello
e coglie l’attimo.


Menzione speciale:

N°23 

Melita Richter 
(Croazia)


Dietro le quinte

Smonto
sposto
disfo
riordino
ricombino
bevo vino
rosso
possibilmente dal bicchiere grosso
dietro le quinte sulle ali finte della notte
sul palcoscenico della vita.
E lì spiffera, spiffera dalle fessure
snašle su me neke pozne ure [1]             
il crudele vento fuori orario.
E poi
cala il sipario.

([1] Mi han raggiunto delle ore tarde)

Menzione speciale:
22. Saro Marretta (Svizzera)  

Per non partire

Per non partire avrei venduto
anche la gola. Quanto ho zappato con i piedi
su tutte le strade secondarie
sperando che non mi vedessero
gli occhi vostri di dragoni. Ma il mio corso
è fatto come le settimane di Pasqua
- di stazione in stazione - e colpi d’ago
ai fianchi a ogni inciampo.
Eppure, quando partì il mio ultimo treno
c’erano bimbi che ridevano sulla piazza
delle scuole e trecce d’aglio alle finestre
bianche di calcina. Lo sapevate ch’era
un serpente senza ragione il mio treno.
E io vi avrei uccisi tutti per l’invidia,
voi che restavate in paese

con le sgangherate risa sotto i balconi
e gli occhi furbi alle ginocchia
delle donne che stendevano panni.
Quanto hanno danzato
queste risa sgangherate. M’assaltano
la notte per il petto. Avrei voluto
non nascerci in questo paese.
Avrei voluto che il mare coprisse
le vostre teste con tutta la zagara e gli ulivi
in una mattina di sole, a tradimento.
Rinunciare a questa parlata, magra
come i cani che ammazzate nelle
trazzere. Ma è autunno anche qui
che soffia aria sulle foglie.
E aspetto che gli anni passino
per venire a contare assieme a voi
voli di rondini in piazza e sulle case.
Ma cala il sole e si affievolisce sempre più
questa speranza.

(in tedesco) 
Um nicht fortzugehen

Meinen Kopf hatte ich hingegeben,
nicht fortgehen zu müssen. Wie oft habe
ich auf unseren Feldwegen Fuss vor Fuss
gesetzt, der Kies knirschte, die Steine flogen,
bang war mir vor eurem Drachenblick.
Doch mein Gang gleicht dem Kreuzweg:
von einer Station zur anderen; Dornen links
und rechts, bei jedem Fehltritt.
Damals, als mein letzter Zug wegfuhr,
lachten Schulkinder auf dem Platz
vor dem Schu1haus und Knoblauchköpfe
hingen an kalkweissen Fenstern. Ihr wusstet,
dass mein Zug eine Schlange war,
ohne Kopf und ohne End. Ich hätt euch umgebracht
vor Eifersucht, euch Zurückgebliebene,

die ihr grinstet und unter den Balkonen listig
nach den Beinen der Weiber spähtet,
die Wasche an die Leine hängten.
Lange noch tanzten sie vor mir.
eure Wackelmäuler. Nachts überfallen sie meine Brust.
Ich wollte, ich wäre nie
geboren worden in eurem Dorf.
Ich wollte, dass das Meer euch ersäufte
samt Orangen und Oliven
eines verräterisch sonnigen Morgens.
Ich wollte eure Sprache verleugnen.
Sie ist so mager wie die Hunde,
die ihr tot auf den Viehpisten hinterlasst.
Doch auch hier ist Herbst.
Der Winter streicht durch das Laub.
Ich warte, dass die Jahre vergehn,
dass ich kommen darf und mit euch sehn,
wie oft die Schwalben über Platz und Häuser fliegen.
Es versinkt die Sonne,

und immer geringer wird mein Hoffen.